Un flop politico. Perché Monti corre il rischio di diventare l’erede di Dini
Al direttore - A febbraio scorso tre milioni e mezzo di italiani hanno sostenuto l’esperienza politica nata dal governo Monti. Non pochi se si pensa ad esempio che nel 1994 Forza Italia prese otto milioni di voti e con un astensionismo decisamente più basso. Su questo giornale scrissi – prima delle elezioni – che la novità “Monti” su tanti temi stentava, purtroppo, a trovare una esatta collocazione perché non si era fatta vera forza politica e cercava di supplire a questo baco iniziale con il “civismo”, che fa rima con snobismo. di Andrea Tavecchio
17 AGO 20

Al direttore - A febbraio scorso tre milioni e mezzo di italiani hanno sostenuto l’esperienza politica nata dal governo Monti. Non pochi se si pensa ad esempio che nel 1994 Forza Italia prese otto milioni di voti e con un astensionismo decisamente più basso. Su questo giornale scrissi – prima delle elezioni – che la novità “Monti” su tanti temi stentava, purtroppo, a trovare una esatta collocazione perché non si era fatta vera forza politica e cercava di supplire a questo baco iniziale con il “civismo”, che fa rima con snobismo. Scrissi anche che il mondo produttivo chiedeva (e chiede) invece da anni una politica attenta alle proprie istanze, non improbabili “salite in politica della società civile”. Parliamo – per fortuna – di gente pratica, non di esteti. Cosa si può dire oggi di quell’esperimento? Non aver fatto vincere un Pd a trazione emiliana (o Berlusconi?) mi sembra valga il biglietto pagato, ma adesso sembra veramente necessario e urgente che Scelta civica e Monti cambino radicalmente approccio. Non si capisce minimamente quale sia la strategia e la collocazione in campo politico. Dall’esterno sembra che il partito di Monti voglia ritagliarsi un ruolo da “indipendenti di sinistra” del Pd di Renzi. Se fosse così sarebbe un doppio errore. Primo perché bisogna dare credito alla maturità del tentativo di Renzi di modernizzare, da dentro, il Partito democratico secondo perché in Italia non c’è bisogno di un “partito dei contadini” che copra il Pd in campo moderato e nelle relazioni internazionali. Non siamo, per fortuna, ai tempi di D’Alema e dell’esperienza effimera e inutile di Rinascimento italiano di Lamberto Dini. Chi gira per il mondo produttivo sa benissimo che se l’elettore moderato dovesse decidere di votare per Renzi lo farebbe direttamente non attraverso inutili, anzi dannosi, partiti satellite. E questo specie al nord perché tra i tanti difetti del mondo con la nebbia nei polmoni non c’è sicuramente lo snobismo. In tantissimi hanno votato, per Berlusconi e Lega, perché volevano, meno burocrazia, meno tasse, meno spesa pubblica, una giustizia più efficiente, uno stato meglio organizzato e un mercato del lavoro più moderno. Insomma quello che vuole una forza politica liberale moderna e riformista di stampo europeo come dovrebbe essere Scelta civica credo nell’opinione di tanti che l’hanno sostenuta. Scelta civica ha dalla sua un personale parlamentare di buona qualità, con alcune punte di eccellenza, e un radicamento non banale in associazioni e think tank animati da gente capace e reputata nel mondo delle professioni, della cultura e dell’impresa. Usi questo asset, particolarmente prezioso nel panorama politico attuale, per essere di stimolo al governo (a oggi oggettivamente debole sulle policy e in Parlamento) e per sfidare destra e sinistra in modo non ideologico su come far tornare a crescere l’Italia. La sfida non è essere evanescenti “mediatori culturali”, ma avere una visione chiara di cosa si vuole fare e come per modernizzare il nostro paese. Basta con piccole astuzie, solo tattiche, ed evidenti personalismi.
di Andrea Tavecchio